martedì 14 giugno 2016

Bilva, l'Albero di Shiva

"Ora ascoltatemi attentamente e con devozione. Vi spiegherò la grandezza del Bilva.
Il Bilva è il simbolo di Shiva, adorato perfino dagli Dei. La sua grandezza può essere compresa solo in parte.
Qualunque centro sacro ci sia nel mondo, si situa sotto la radice del Bilva.
Colui che prega Mahadeva nella forma di Lingam posto ai piedi di un albero di Bilva, purifica la sua anima e sicuramente giungerà a Shiva.
Colui che si asperge il capo di acqua ai piedi di un albero di Bilva, sarà come se si fosse bagnato in tutte le acque sacre della terra.
L’uomo che prega  ai piedi di un albero di Bilva offrendogli fiori ed incensi, raggiunge il regno di Shiva. La sua felicità diviene grande e la sua famiglia prospera.
Colui che con devozione accende una fila di lampade ai piedi di un albero di Bilva otterrà la conoscenza della verità e l’unità con Shiva.
Colui che venera l’albero di Bilva quando è pieno di teneri germogli diventa libero dai peccati.
Colui che ai piedi di un albero di Bilva offre ad un devoto di Shiva del riso cotto nel latte e nel ghee non sarà mai povero"
Shiva Purana (Vol 1, Cap. XXII, 21  - 31)


Bel (Aegle marmelos Corr.)
Lo Shiva Lodge si affaccia direttamente sul Gange a Benares, poco lontano dal Kedar Ghat e dal suo antichissimo tempio. Si trova in una vecchia casa di bramini assai trasandata, che ha sicuramente visto tempi migliori: avrebbe bisogno di una robusta imbiancata, di una sistemazione degli infissi, di un cambio radicale di mobili e biancheria. Oltre che di una regolata all’impianto elettrico, visto che la luce è piuttosto ballerina, e se ne va per dispetto ogni volta che di notte si deve rincasare, ed immancabilmente durante la doccia, così se ne va pure l’acqua. Nonostante i suoi difetti sono oramai trenta anni che mi ci fermo quando vado a Benares, perché le finestre delle camere, ed il terrazzo al piano superiore, consentono una grandiosa vista del fiume e, soprattutto, per la superlativa cucina di Jhuma, la moglie del proprietario. Fu proprio lei, diversi anni fa a parlarmi dell’albero che cresce al centro dello stentato giardinetto prospiciente il piano basso dell’abitazione: “È un albero di Bel, sommamente caro a Shiva. A Benares ce ne sono ancora molti ed in passato tutti i templi di Shiva ne avevano uno piantato nelle vicinanze. Questo ha più di centocinquant’anni!”. Non si direbbe affatto che sia così vecchio a giudicare dalle ridotte dimensioni: solo il fusto, contorto e pieno di nodi, fessure e protuberanze, accredita la veneranda età dell’albero. Da quando la conosco, ogni mattina all’alba la donna scende all’albero per offrire al lingam, che si trova alla base del tronco, rivolto verso il fiume, ghirlande di tageti, incensi, riso ed acqua appena prelevata dal Gange. Poi si raccoglie in preghiera e meditazione accucciata ai suoi piedi. Una volta me ne ha pure cucinato i frutti nel sabji, ma non ne ricordo il sapore, sicuramente non è stato uno dei suoi piatti più riusciti!
Sebbene tutt’altro che appariscente ed imponente, anzi caratterizzato da una taglia medio piccola, il Bel (Aegle marmelos Corr.), chiamato Bilva in sanscrito, è uno degli alberi più conosciuti ed apprezzati dell’intera India. Alla sua fama contribuiscono in ugual misura l’antichissima sacralità della pianta, le potenti proprietà medicinali ed il valore alimentare dei frutti.
Grazioso alberello della famiglia botanica delle Rutaceae, la stessa a cui appartengono gli agrumi, raramente supera i 10 metri di altezza, ha una densa chioma ovale, e la corteccia grigiastra molto corrugata e ricca di sughero. Il tronco assume con gli anni forme irregolari ed assai stravaganti; i giovani rami sono punteggiati da robuste ed affilate spine. Le foglie sono composte, formate da tre foglioline tenere e lucenti, coperte di ghiandole semitrasparenti che contengono oli essenziali: se strofinate emanano un dolce e forte profumo di limone. Verso la fine di marzo la pianta perde le foglie e ne resta spoglia fino a giugno/luglio; durante il mese di maggio si ricopre di grappoli di fiori bianco giallastri, anche essi molto profumati. Dalla fecondazione occorre più di un anno perché i grossi frutti, di forma sferica, maturino: essi raggiungono presto le dimensioni definitive (tra gli 8 ed i 16 cm di diametro), e rimangono verdi sulla pianta fino a luglio dell’anno successivo, quando finalmente si tingono di giallo. Sono formati da una scorza legnosa che contiene una polpa giallastra e dolce, con una decina di semi al suo interno, lunghi circa 1 cm ed avvolti in una matrice mucillaginosa. La durezza del suo involucro rende conto del nome inglese del frutto, wood apple o stone apple (mela di legno / mela di pietra). Specie nativa dell’India del nord, è stato ampiamente diffuso  in coltivazione nel resto dell’India, a Ceylon, in Tailandia, Myanmar, Indonesia ed anche in alcuni stati africani. Trova il suo habitat nelle foreste aride sub tropicali di pianura e collina, spingendosi fino ad un’altitudine di 1.200 mslm; è molto rustico, ed ha fama di vivere dove tutti gli altri alberi soccombono: indifferente alla reazione del suolo, estremamente tollerante sia del freddo che del caldo, sopporta le periodiche sommersioni del suolo che si verificano nella stagione monsonica.


Shiva
L’albero di Bel è intimamente legato a Shiva ed al suo culto, tanto da essere considerato una manifestazione terrena del dio.  
Shiva è tra le divinità più importanti e venerate dell’induismo, di origine anteriore a quella degli dei vedici. Mentre Bramha è l’autore della creazione dell’universo e Vishnu colui che lo mantiene, Shiva rappresenta la forza distruttrice, che si incarica di annientarlo per procedere ad una nuova creazione, secondo un processo ciclico che si ripete all’infinito. Questa forza si manifesta anche nella rimozione dell’identificazione con l’ego individuale, e diviene quindi un potente principio purificatore che rimuove gli ostacoli verso il conseguimento della liberazione. La versione antropomorfa ne delinea il carattere unico ed anticonformista tra tutti gli altri dei, ritraendolo seminudo, coperto di un solo perizoma e da pesanti volute di rudraksha. Siede nella posizione del loto su una pelle di tigre (che rappresenta la mente posta sotto controllo) nella sua residenza sulla montagna sacra del Kailash. Dai suoi lunghi capelli (talora è rappresentato anche con una folta barba), sgorga il fiume Gange, che il dio fece fluire sulla terra regimandone l’impeto, al fine di permettere al re Bhagiratha di riscattare i suoi 60.000 avi dal regno degli spettri e di condurli in paradiso. Il curioso colore blu della pelle e del viso gli deriva dall’avere bevuto un terribile veleno, scaturito durante la battitura dell’oceano di latte, episodio famoso della mitologia induista, veleno che minacciava di sterminare l’intera umanità. Nella raffigurazione del dio trova sempre posto il cobra, serpente a lui sacro, attorcigliato al collo oppure mentre fa capolino tra i capelli; tra gli attributi più importanti ci sono il toro Nandi, che è il suo veicolo, il trishul, un tridente metallico dal lungo manico, e la dholaak, un tamburello a due facce fatto suonare dalla rotazione di due cordicelle che portano delle palle alle estremità. Shiva divide equamente il suo tempo tra la meditazione profonda e gli amoreggiamenti con la consorte Parvati. È un dio irascibile e dalle reazioni imprevedibili: non solo tagliò la quinta testa di Bramha durante una disputa tra chi fosse il più grande tra gli dei, ma recise senza indugio anche quella di suo figlio Ganesh (il dio con la testa di elefante), colpevole di averlo disturbato mentre era con Parvati, salvo poi riattacargli quella del primo essere che passava da quelle parti, un elefante per l’appunto. Nei templi e nei luoghi di devozione Shiva è però rappresentato dalla sua forma impersonale, il lingam, ovvero il fallo, che addiviene a simboleggiare l’energia creatrice maschile del dio. Il lingam può essere una pietra scolpita, od anche una roccia naturale: il lingam di Amarnath, che si trova in una grotta ad oltre 4.000 metri di altitudine nelle montagne himalaiane, meta di un estenuante pellegrinaggio estivo, è addirittura di ghiaccio.
Lo stretto legame tra il Bilva e Shiva conferisce eccezionali benefici spirituali a coloro che si rivolgono all’albero pregandolo ed offrendogli acqua fiori ed incensi, come affermano i versi introduttivi del Post (tratti dallo Shiva Purana, un testo sacro del VII. secolo d.C. dedicato al dio). A tal proposito il Garuda Purana ci racconta la storia di Sundara Sen, re di Arunda, che non si distingueva certo per la sua devozione. Un giorno che costui si trovava a caccia, si fermò a riposare all’ombra di un albero di Bel, ai cui piedi si trovava uno shivalingam. Per passare il tempo, il re si mise a strappare rami e foglie dell’albero. Alcune foglie caddero sul lingam, mentre i rami caduti tutt’intorno sollevarono un gran polverone. Il re bagnò allora la superficie del terreno intorno all’albero con l’acqua presa dal vicino fiume, ed alcune gocce caddero sul lingam. Una freccia cadde poi dalla sua faretra ed il re si chinò per raccoglierla, toccando così con il petto il lingam. Avendo bagnato, toccato ed offerto foglie di Bilva al simbolo di Shiva, seppure involontariamente, il re ebbe la visione del dio: questo è il potere del Bilva. 
Le foglie di Bel sono un componente indispensabile delle offerte tributate dai devoti al lingam durante i riti di preghiera e meditazione. La loro particolare conformazione trifogliata raffigura infatti sia il trishul che i tre occhi di Shiva ed anche, a livello metafisico, le tre qualità che compongono tutta la materia (i tre Guna: Sattva, coscienza, Rajas, passione, e Tamas, inerzia), così come le tre principali forze dell’universo secondo l’induismo, ovvero la Creazione, la Preservazione e la Distruzione. Talora anche il frutto fa parte delle offerte rituali, in mancanza di noci di cocco che sono comunque preferite. Nei sacrifici dell’età vedica il legno di Bilva era tra quelli utilizzati per realizzare lo yupa, il palo sacrificale, a cui venivano legati gli animali da offrire alle divinità. In quanto rappresentazione simbolica dello skhamba, il pilastro cosmico che sorregge e mantiene separati cielo e terra, lo yupa era il tramite tra il mondo degli uomini e quello degli dei, il mezzo che permetteva alle offerte ed alle richieste di giungere agli dei invocati nel sacrificio. L’uso dello yupa di Bilva era particolarmente indicato per i sacrifici volti ad ottenere una posterità abbondante, buoni raccolti agricoli ed animali fecondi. Di legno di Bilva è anche il bastone necessario per i riti di iniziazione dei giovani bramini; lo stesso Shiva, tra i numerosissimi nomi che gli sono attribuiti, ha anche quello di Bilvadanda, ovvero “Colui con il bastone di Bilva”. Per rispetto alla sua sacralità il legno non è mai utilizzato per cucinare; è invece impiegato nelle pire funerarie in virtù del suo potere purificatore.

Foglia di Bilva

Oltre che a Shiva, il Bel risulta associato anche alla dea Lakshmi, consorte di Vishnu e dea dell’abbondanza, della bellezza e della prosperità. Secondo il Banhipurana, Lakshmi apparve durante la battitura dell’oceano sotto forma di una vacca sacra e dai suoi escrementi nacque il Bel. Il Brihaddharma Purana invece così racconta l’origine della pianta: “Lakshmi era solita pregare ogni giorno Shiva, omaggiandolo con mille fiori di loto. Un giorno accadde che mancassero due fiori all’offerta. Pur avendoli cercati dappertutto, Lakshmi non era riuscita a trovarli e la dea era molto preoccupata di non potere compiere perfettamente la sua preghiera. Ricordando quindi che il suo amato sposo Visnu aveva spesso paragonato i suoi seni a due loti in boccio, pensò di tagliarli e di offrirli al dio al posto dei fiori mancanti. Non appena ebbe tagliato il primo con un affilato coltello, Shiva apparve e le impedì di tagliare il secondo. Dimostrandosi assai soddisfatto della sua devozione, e siccome il seno tagliato non aveva ancora toccato terra, ed era quindi rimasto puro, Shiva disse che sarebbe divenuto un albero di Bel e che il suo frutto sarebbe stato uno dei frutti sacri di questo mondo”. In quanto sacro a Lakshmi, il Bel è considerato albero della prosperità e della buona fortuna, come indica uno dei suoi antichi nomi Srivriksha (Sri è uno dei nomi della dea Lakshmi, vriksha significa albero). Così le donne degli stati indiani del Bihar e dell’Uttar Pradesh si rivolgono ad un Albero di Bel, pregandolo ed abbracciandolo perché esaudisca i loro desideri. Le donne sposate nelle aree rurali del Bengala credono invece che le preghiere rivolte all’albero le concedano i favori dei propri mariti, e lo venerano offrendogli vermiglio, pasta di sandalo e fiori.
Tra i riti tradizionali di alcune caste Newar, la popolazione che abita nella valle di Kathmandu in Nepal, è ancora in uso la celebrazione di matrimoni tra giovani fanciulle in tenera età ed un  frutto di Bel, che in questo caso simboleggia il dio Vishnu. Presso i Newar una donna dovrebbe sposarsi tre volte: la prima con un frutto di Bel, la seconda con il Sole, e la terza, finalmente, con il marito definitivo. Il primo matrimonio ha lo scopo di assicurare la fertilità della giovane, e di garantirle in futuro un buon marito; inoltre, essendosi virtualmente sposata con un dio, quale il frutto rappresenta, non potrà mai rimanere vedova. La cerimonia si svolge spesso in prossimità di un albero di Bel, cosa che assicura anche le presenza di Shiva come testimone di nozze!

Il Bilva è albero sacro presso molte delle comunità tribali dell’India, anche se con significati originali e con proprie modalità di culto. I Nair del Kerala non mangiano il frutto come nel resto dell’India perché credono che essa rappresenti la testa di Shiva. I Nair, animisti, adorano gli dei attraverso le divinità rappresentate dagli alberi, ma si rivolgono prevalentemente allo Spirito che vive in ogni albero. Tra i Saora, che vivono nello stato dell’Orissa, le foglie di Bel sono usate per la divinazione. Le spine sono utilizzate dagli sciamani nella cerimonia dell’imposizione del nome, e vengono conficcate nelle porte per tenere lontani gli spiriti malefici.

Corteccia nella parte inferiore del fusto

Tra gli abitanti dell’India nessuna pianta medicinale è conosciuta meglio e da più lungo tempo, ed è più apprezzata, del Bel”. Queste parole scritte nel 1889 da Sir George Watt, botanico inglese che pubblicò un monumentale dizionario dei prodotti commerciali dell’India, illustrano efficacemente l’importanza del Bilva nella medicina tradizionale indiana, sia di quella popolare, che dei sistemi codificati quali Ayurveda, Siddha e Unani. Tutte le parti della pianta, con esclusione dei semi, vengono infatti impiegate nella cura di un’ampia gamma di malattie. Da sempre i frutti acerbi sono un rimedio per la diarrea e la dissenteria: è credenza popolare che possano fermare la diarrea quando tutte le altre medicine non fanno effetto. Per questo uso i frutti sono raccolti d’inverno; la polpa viene seccata al sole, ed è quindi impiegata per preparare decotti da consumarsi freddi, da sola od insieme ad erbe carminative, oppure viene ridotta in polvere o trasformata in conserva o marmellata. Differenti parti dell’albero vengono poi utilizzate per il trattamento della febbre, dell’asma, dell’anemia e del diabete, per abbassare la pressione sanguigna, così come nella cura delle ferite, dei morsi di serpente e dei problemi articolari. La polpa del frutto maturo, mescolata con crema fresca di latte e con zucchero, è considerata un ottimo tonico in grado di potenziare la concentrazione mentale ed addirittura l’intelligenza. Le ricerche scientifiche sulle virtù medicinali dei vari organi della pianta hanno identificato numerosi principi attivi (composti chimici dei gruppi degli alcaloidi, terpeni, tannini, flavonoidi, steroidi, glicosidi ed altri), e certificato l’incredibile ricchezza di attività terapeutiche degli estratti di frutti, foglie, radici e corteccia, che risultano antiossidanti, antipiretici, analgesici, antibatterici, antimicotici, antinfiammatori, epatoprotettori, e svolgono attività positiva nei confronti della dissenteria, del diabete e delle febbri malariche.
Ultimamente si sta sperimentando l’uso dell’olio essenziale estratto dalle foglie come insetticida per il controllo di alcune specie di insetti che colpiscono cereali e legumi immagazzinati. Nei paesi tropicali gli attacchi di insetti nella fase di conservazione delle granaglie comportano perdite di prodotto tra il 20 ed il 40%, oltre ad un notevole peggioramento delle proprietà nutritive. Le fumigazioni con olio essenziale in soluzione sembrano ridurre in misura considerevole gli attacchi, in maniera economica e senza i rischi per la salute umana provocati dall’impiego di insetticidi chimici.


Frutti acerbi di Bel
Ricco di vitamina C e di vitamina B1 e B6, oltre che di elementi minerali quali calcio, potassio, fosforo e ferro, il frutto del Bel viene consumato tal quale, fresco o secco, oppure trasformato in marmellata o confettura. Dal succo della polpa, mescolato con acqua, succo di limone e zucchero, si ricava una popolare bevanda rinfrescante servita fredda; con la polpa battuta insieme a latte, ghiaccio e zucchero si preparano degli ottimi sorbetti. Le giovani foglie ed i germogli vengono mangiati come verdura, e pare che riducano l’appetito. La gomma che circonda i semi, abbondante nei frutti acerbi degli alberi selvatici, trova uso come colla casalinga, come adesivo in oreficeria e, mescolata con la calce, per impermeabilizzare i muri. Il legno è molto aromatico appena tagliato; pesante e di facile e bella finitura, ma poco durevole e soggetto ad imbarcarsi e fessurarsi con la stagionatura, è impiegato per piccoli lavori d’intaglio ed al tornio, per fabbricare manici di coltelli e di attrezzi, pettini e pestelli. Dall’involucro dei frutti si ricavano piccole scatole e giocattoli. La polpa dei frutti ha azione detergente e viene utilizzata nelle aree rurali come sapone per lavare i panni.

Bel a pochi passi dal Gange. Varanasi
 








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