giovedì 8 settembre 2011

Storie di Alberi: il Câd Goddeu e le battaglie di alberi


Infernale macchina da guerra, per combattere i propri simili l'uomo ha attinto a piene mani da tutto ciò che Madre Natura aveva creato per altri scopi, si trattasse di animali, piante, o materie provenienti dal mondo inanimato. Così con il legno degli alberi venivano costruite armi o parti di esse, si realizzavano fortificazioni, ed approntati strumenti quali torri, catapulte ed affini, utilizzate nei lunghi assedi delle città nemiche. Rammaricato però dal fatto che gli alberi, per la loro ontologica staticità, non potessero rivestire in combattimento una corrazza, e parteciparvi attivamente e semi autonomamente, come avveniva con numerose specie di animali, ha sfogato questo suo desiderio latente dando vita, nel corso dei secoli, a leggende e componimenti letterari, in cui le piante divenivano preziose alleate in combattimento.

Uno dei primi episodi conosciuti, sospeso tra realtà storica e fantasia, ci è narrato da Tito Livio, nella sua storia di Roma "Ab Urbe condita libri CXLII", ed è quello dell'agguato della Selva Litana. Avvenuta nell'inverno a cavallo tra il 216 ed il 215 a.C., durante la guerra di Roma con Annibale, in una località imprecisata tra l'appennino tosco-emiliano e l'Emilia (alcuni storici la localizzano sull'appennino pistoiese, tra Lizzano Pistoiese e Lancisa, in un'area assai prossima a dove la tradizione popolare vuole che Annibale abbia attraversato l'appennino), l'agguato vide l'annientamento e la morte di ben 25.000 tra legionari romani e loro alleati, comandati dal console Lucio Postumio, avvenuto ad opera dei Galli Boi, alleati del condottiero africano. I Galli Boi, notevolmente inferiori di numero, "incisero gli alberi a destra ed a sinistra della strada, in maniera che rimanessero in piedi, ma che cadessero al minimo urto". Una volta che i romani si furono addentrati nella Selva, i Boi fecero cadere gli alberi più esterni, generando un gigantesco effetto domino, che seppellì i legionari. Questa fu, tra l'altro, una delle peggiori sconfitte subite da Roma nel corso della sua storia.

Una leggenda narra che San Teodoro di Amasea, soldato romano vissuto nel IV secolo, martirizzato a causa della sua religione cristiana, trovandosi a dovere difendere il territorio dove sorge l'antico centro di Laino Castello, e non disponendo di forze sufficienti, pregò il suo Dio di aiutarlo, e Questi trasformò tutti gli alberi della zona in soldati, che ebbero facilmente ragione del nemico.

Nel Macbeth, una delle (tante) profezie fatte dalle Sorelle Fatali (le Norne), coì recita: "Macbeth non verrà mai sconfitto finchè il grande bosco di Birnan non avanzerà verso l'alto colle di Dunsinane contro di lui". Nella progressiva rovina del Re, Shakespeare fa in modo che la profezia si avveri in una forma verosimile. Infatti i nemici Mc Duff e Malcolm, alla guida di un esercito in marcia verso il castello di Dunsinane, ordinano ai soldati di tagliare i rami del bosco di Birnan, e di avanzare reggendoli in mano, al fine di mascherare il loro numero.

In epoca assai più recente è da ricordare il Signore degli Anelli, con l'episodio del coivolgimento degli Ent e delle Entesse, guidati da Barbalbero, nella battaglia del Bene contro il Male, risultante nell'immensa forza distruttrice degli alberi, che spazzeranno via Saruman il Bianco, lo stregone alleato di Sauron, ed i suoi eserciti. Tolkien si è sicuramente ispirato alle numerose tradizioni fantastiche e mitologiche che riguardano battaglie di alberi, assai diffuse in Scozia e Galles, di cui egli stesso era appassionato conoscitore.

Faggio (Fagus sylvatica)
Arriviamo quindi all'argomento centrale del Post, il CÂD GODDEU. Traducibile come "La Battaglia degli Alberi", il Câd Goddeu è un poema gallese contenuto in un manoscritto del XIII secolo, formato da 246 versi, e suddiviso in molte sezioni. Esso fa parte del Libro di Taliesin, il quale appartiene a sua volta alla tradizione magico esoterica dei bardi celti (poeti, ma anche maghi e depositari del sapere mistico). Taliesin fu infatti, almeno il personaggio storico, esistendone anche uno mitologico, uno dei bardi più importanti e famosi del Galles, ove visse intorno alla seconda metà del 500. Il Câd Goddeu risalirebbe quindi a diversi secoli prima della sua stesura scritta.
Il poema appare enigmatico in molti suoi passaggi, sia per l'impressionante simbolismo che lo permea, sia perchè i suoi versi si alternano a quelli di altri poemi, cosa che rende difficile riconoscere un filo logico che colleghi le varie sezioni. In esso manca anche una qualsiasi descrizione del contesto in cui si inserisce, ed è stato possibile ricostruirlo solo grazie ad altri scritti della tradizione gallese. Secondo questi ultimi, il poema racconta l'antichissimo mito della battaglia tra Arawn, il signore dell'Oltretomba, e Bran da una parte, ed il potente mago Gwydion e suo fratello Amaethon dall'altra. La contesa è originata dal furto di tre animali, perpretato da Amaethon ai danni di Arawn. I tre animali sono un cane bianco, guardiano del Segreto, un capriolo, che nasconde il Segreto, ed una pavoncella, che maschera il Segreto. Segreto probabilmente riferito alla forza spirituale, ed anche alla conoscenza esoterica celata nell'Ogham degli alberi (vedi post Storie di Alberi: l'Ogham, alfabeto celtico degli Alberi). Gwydion riuscirà infine a prevalere, quando indovinerà il nome segreto di Bran, deducendolo dall'albero di ontano che porta inciso sul suo scudo.
Nella parte centrale del poema (il cui testo integrale è riportato in calce al post, e continua in altra pagina, cliccate, mi raccomando!), Gwydion riesce a schierare dalla sua parte una folta schiera di specie non solo arboree, ma anche arbustive ed erbacee, che vengono elencate insieme ad i loro attributi, molti dei quali francamente incomprensibili.
Soprattutto nel XIX secolo, il Câd Goddeu è stato oggetto di numerosi tentativi di interpretazione, in ambiti molto diversi l'uno dall'altro, e su cui non mi soffermerò, rimandandovi per ulteriori approfondimenti alla pagina web La poesia gallese delle origini: il Câd Goddeu. Vorrei solo notare come il poema ribadisca la centralità e la sacralità degli alberi nella cultura celtica, e la loro importanza come veicoli di conoscenza esoterica.
Un'ultima curiosità: il Câd Goddeu, tradotto in sanscrito (!?!) è stato inserito da George Lucas nel primo episodio del film Guerre Stellari.
   


CÂD GODDEU
Sono stato in molte forme,
prima di conseguirne una congeniale.
Sono stato la stretta lama di una spada.
(Ci crederò quando apparirà).
Sono stato una goccia nell'aria.
Sono stato una stella splendente.
Sono stato una parola in un libro.
Sono stato un libro in origine.
Sono stato la luce di una lanterna.
Per un anno e mezzo.
Sono stato un ponte per traversare
sessanta fiumi.
Ho viaggiato in forma di aquila.
Sono stato una barca sul mare.
Sono stato uno stratega in battaglia.
Sono stato i legacci delle fasce di un bimbo.
Sono stato una spada nella mano.
Sono stato uno scudo in battaglia.
Sono stato la corda di un'arpa,
incantata per un anno
nella schiuma dell'acqua.
Sono stato un attizzatoio nel fuoco.
Sono stato un albero di una macchia.
Nulla c'è in cui non sia stato.

Ho combattuto, seppur piccino,
nella battaglia di Goddeu Brig,
davanti al Sovrano di Britannia,
dalle flotte numerose.
I bardi mediocri simulano,
simulano un animale mostruoso,
dalle cento teste,
e un combattimento atroce
alla radice della lingua.
E un'altra battaglia si combatte
nel retro della testa.
Un rospo che ha sulle cosce
cento artigli,
un serpente crestato maculato,
per punire nella carne
cento anime per i loro peccati.
Ero a Caer Fefynedd,
là si affrettavano erbe e alberi.
I viandanti li scorgono,
i guerrieri sono attoniti
al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion.
Si invoca il Cielo,
e Cristo perché compia
la loro liberazione,
il Signore Onnipotente.
Se il Signore aveva risposto,
con formule magiche e magica arte,
assumete l'aspetto degli alberi più importanti,
con voi schierati
trattenete la gente
senza esperienze di battaglie.
Quando gli alberi subirono l'incantesimo
ci fu speranza per gli alberi,
di riuscire a frustare l'intenzione
dei fuochi tutt'intorno...
Son meglio tre all'unisono,
che si divertono in cerchio,
mentre uno di loro racconta
la storia del Diluvio,
e della croce di Cristo,
e del giorno del Giudizio che è prossimo.
Gli ontani in prima linea,
furono loro a dare l'inizio.
Il salice ed il sorbo selvatico
furono lenti a schierarsi.
Il susino è un albero
non amato dagli uomini;
di natura simile è il nespolo,
che vince una dura fatica.
Il fagiolo porta nella sua ombra
un esercito di fantasmi.
Il lampone costituisce
non il migliore tra i cibi.
Al riparo vivono
il ligustro e il caprifoglio,
e l'edera durante la sua stagione.
Grande è la ginestra spinosa in battaglia.
Il ciliegio era stato rimproverato.
La betulla, pur molto magnanima,
si schierò in ritardo;
non fu per codardia,
ma per le sue grandi dimensioni.
L'aspetto del [...]
è quello di uno straniero e di un selvaggio.
Il pino nella corte,
forte in battaglia,
grandemente lodato da me
alla presenza di re,
gli olmi sono i suoi sudditi.
Non si volge di lato per lo spazio di un piede,
ma colpisce giusto nel mezzo,
e all’estremità più lontana.
Il nocciolo è il giudice,
le sue bacche sono la sua dote.
Benedetto è il ligustro.
Capi forti in guerra
sono il [...] e il gelso.
Prospero è il faggio.
L’agrifoglio verde scuro
fu molto coraggioso:
difeso da ogni lato delle punte,
che feriscono le mani.
I pioppi durevoli
molto franti in battaglia.
La felce spogliata;
le ginestre con la loro progenie:
il ginestrone non si comportò bene
finché fu domato.
L’erica offriva consolazione
confortando la gente.
Il ciliegio selvatico incalzava.
La quercia che si muove agilmente,
dinanzi a lei tremano cielo e terra,
robusto custode della porta contro il nemico
è il suo nome in ogni terra.
Il gittaione avvinto assieme
fu offerto per essere bruciato.
Altri furono respinti
a causa dei vuoti creati
dalla grande violenza
sul campo di battaglia.
Molto furente il [...]
crudele il cupo frassino.
Timido il castagno,
che rifugge dalla gioia.
Vi sarà una nera tenebra,
vi sarà un terremoto sul monte,
vi sarà una fornace purificatrice,
vi sarà in primo luogo una grande ondata,
e quando l’urlo verrà udito -
le cime del faggio stanno mettendo nuove foglie,
mutando e rinnovandosi dal loro stato avvizzito;
le cime della quercia sono aggrovigliate.
Dal “Gorchan” di Maelderw.
Sorridendo accanto alla roccia
(era) il pero non di natura ardente.
Né di madre né di padre,
quand’io fui fatto,
erano il sangue o il corpo mio;
di nove tipi di facoltà,
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece,
del fiore della primula di monte,
dei germogli di alberi e cespugli,
di terra della specie terrestre.
Quando fui fatto
dei fiori dell’ortica,
dell’acqua della nona onda,
fui legato come incantesimo da Math,
prima di diventare immortale.
Fui legato come incantesimo da Gwydion,
grande mago dei Britanni,
di Eurys, di Eurwm,
di Euron, di Medron,
su miriadi di segreti
io sono dotto quanto Math…
Io so dell’Imperatore
di quando fu bruciato a mezzo.
Io so la conoscenza astrale
delle stelle prima che (fosse creata) la terra,
da dove sono nato,
quanti mondi vi sono.
È usanza dei bardi compiuti
recitare le lodi del loro paese.
Ho suonato a Lloughor,
ho dormito nella porpora.
Forse che non ero nel recinto
con Dylan Ail Mor,
su un giaciglio nel centro
tra le ginocchia del principe
sopra due lance spuntate?
Quando vennero dal cielo
i torrenti giù nell’abisso,
precipitandosi con impeto violento.
(Io so) ottanta canzoni,
per soddisfare il loro piacere.
Non c’è vegliardo né infante,
oltre a me quanto alle loro poesie,
nessun altro cantore che conosca tutte le novecento
che io conosco,
riguardo alla spada macchiata di sangue.
La mia guida è l’onore.
Il sapere vantaggioso viene dal Signore.
(Io conosco) l’uccisione del cinghiale,
il suo apparire e scomparire,
la sua conoscenza delle lingue.
(Io conosco) la luce il cui nome è Splendore,
e il numero delle luci regnanti
che diffondono raggi di fuoco
in alto sopra l’abisso.
Sono stato un serpente maculato sopra una collina;
sono stato una vipera in un lago;
sono stato un tempo una stella maligna.
Sono stato un peso in un mulino [?].
La mia tonaca è tutta rossa.
Io non profetizzo alcun male.
Ottanta sbuffi di fumo
a chiunque li porterà via:
e un milione di angeli
sulla punta del mio coltello.
Bello è il cavallo giallo,
ma cento volte migliore
è il mio color della panna,
veloce come il gabbiano,
che non può superarmi
tra il mare e la riva.
Non sono io preminente nel campo del sangue?
Io ho cento parti del bottino.
La mia corona è di gioielli rossi,
l’orlo del mio scudo è d’oro.
Non è nato nessuno valente come me,
né mai se ne è conosciuto uno,
tranne Goronwy,
dalle valli di Edrywy.
Lunghe e bianche sono le mie dita,
lungo tempo è passato da quand’ero un mandriano.
Ho viaggiato sulla terra
prima di diventare un uomo erudito.
Ho viaggiato, ho compiuto un circuito,
ho dormito in cento isole,
ho abitato in cento città.
O druidi eruditi,
profetizzate voi di Artù?
O è me che essi celebrano,
e la crocifissione di Cristo,
e il giorno del giudizio che è prossimo,
e uno che riferisce
la storia del Diluvio?
Da un gioiello dorato montato in oro
io sono arricchito;
e indulgo al piacere
grazie alla fatica opprimente dell’orafo.
[Traduzione di A. Pelissero  dalla traduzione inglese tardo-ottocentesca di D.W. Nash, riportata da Robert Graves]



 

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